Margherita Usai e Maria Cristina Boi “Tramare”

Coltivare una passione da sempre. Al riparo dal “rumore” delle grandi mostre, dagli obbiettivi di carriera, dall’ostentazione della cosiddetta grande arte.
Coltivare un universo interiore che trova nell’elaborazione artistica il percorso privilegiato per esprimersi.
Coltivare un desiderio, un talento, un palpito proteggendolo dalla vita, dallo scorrere del tempo.
La forza e la bellezza del lavoro di Margherita Usai e Maria Cristina Boy risiede proprio qui. Nell’ascoltare questa vibrazione creativa che le induce a sperimentare, a ricercare, a scommettere e a credere nel loro lavoro.
Mi piace sottolineare la parola lavoro perché il loro percorso è opposto alle sperimentazioni hobbistiche e anche ai convincimenti artistici autoreferenziali.
C’è un’onestà intellettuale nel loro viaggio creativo e una bella umiltà nel loro procedere produttivo che le colloca in quel grande affresco, molto italiano, che va dall’artigianato all’arte, dal design alle arti applicate.
Sembra che non ci si possa sottrarre dalla necessità di definire le cose e da sempre il dibattito artistico è impegnato a tracciare l’impalpabile confine fra arte pura e arte applicata, confine, peraltro, sempre violato.
Credo che, soprattutto nella creatività, non sia indispensabile incasellare, precisare, limitare, credo che ci sia una misura per tutto che è data solo dalla qualità e dall’impegno e, negli elaborati del design e dell’arte applicata, dalla fusione indissolubile tra arte e vita.
I lavori di “tramare”, il nome scelto da Maria Cristina Boy e Margherita Usai evoca la trama dei tessuti e le suggestioni del paesaggio visitato e caro, fonti privilegiate della loro ricerca e ispirazione, rinnovano il volto dell’abitare, interpretano l’abbigliarsi contemporaneo fuori dalle mode e attento ai percorsi delle arti visive.
È, inoltre, molto interessante la decontestualizzazione dei tessuti che loro liberano dagli usi consueti per reinventarli a diverse finalità.
C’è un gusto per la trasformazione e l’interpretazione nei manufatti che conduce, chi li adopera, ad una libertà esegetica che a sua volta si rappresenta e si trasfigura.
Le autrici hanno un percorso formativo in parte comune, prima la scuola di Rosanna Rossi e poi le stimolanti collaborazioni con Antonello Ottonello, e in parte diversificato: studi letterari e Istituto Europeo di Design per la Usai e lingue straniere per la Boy e sono senza dubbio due personalità diverse e, come spesso accade, complementari.
Il segno di Margherita è la pennellata che dichiara un gesto fresco e inventivo nel quale l’urgenza dell’azione implica talento e incisività mentre il segno di Maria Cristina è la costruzione consapevole e matura il cui gesto preciso e silenzioso sviluppa una visione fantastica inaspettata.

Anna Maria Montaldo

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