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“L’architecture, c’est avec des matières bruts, établir des rapports émouvantes”

Le Courbusier, 1923

 

Lo Studio d’Architettura LI-XI arricchisce la sua attività espositiva pluriennale con una antologia di Mei Ziqian. La sensibilità dello spazio, ancora una volta, si lega magistralmente ai contenuti della mostra dedicata al rapporto tra architettura e comunità. L’artista esplora i confini fisici dell’uomo-operaio e il cantiere come contenitore di esperienze sociali. Un viaggio intorno al mondo alla scoperta delle ideologie che dominano le relazioni sociali intersoggettive. Il risultato è una serie di opere di varia natura, dall’installazione alla fotografia, dalla pittura all’assemblaggio, che riesce a mantenere una linea unitaria sorprendente, dimostrando quanto il tema di ricerca sia stato, e continui ad essere, eccezionalmente complesso quanto autentico.

Terra, pietra, acqua e ferro: dopo tanta disperazione, ricostruire vuol dire partire da qui, dall’essenza della materia, dalla sua pregnanza. Così il Brutalismo muove i suoi passi sulla terra segnata da cicatrici e ferite di due guerre mondiali. Essere ed esistenza sono messi a nudo in un momento in cui Burri, Fautrier, Dubuffet, Tapies esplorano le stesse tematiche nell’ambito delle arti visive. Un’idea di città verticale, realizzata tra il 1947 e il 1952 da Le Corbusier a Marsiglia, l’Unité d’Habitation che esplicita efficacemente il senso di pregnanza della materia. Alison Smithson, riferendosiin un intervista alla Hunstanton School, dichiara che essa non solo sembra fatta di vetro, mattoni, acciaio e calcestruzzo ma è davvero fatta di vetro, mattoni, acciaio e calcestruzzo. Ecco rivela il senso “brutale” e autentico di ciò che non possiamo definire una corrente ma un comune modo di “sentire”, sviluppatosi contemporaneamente tra la devastazione di una guerra e la necessità di “ricomporre” non tanto il tessuto urbanistico ma piuttosto quello sociale di un mondo risvegliatosi dal trauma.

Una tale fenomenologia della costruzione ben si attaglia alle opere di Mei Ziqian, al secolo Francesco Meloni. Lo pseudonimo artistico, dal cinese “figlio della modestia”, è un dono ricevuto in uno dei lunghi viaggi, da un amica di Taiwan, a dimostrazione di come l’artista non ha vissuto da turista le sue peregrinazioni ma, al contrario, ha sempre cercato di affondare i piedi nella terra esplorata per comprendere maggiormente il significato delle relazioni che intercorrono tra i luoghi e gli abitanti che la popolano.

Fotografie © Andrea Puddu

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