“TERRAIN VAGUE” Alessandro Biggio

Sono i luoghi dell’assenza, quelli che Alessandro Biggio sigilla nel perimetro di architetture concluse e alte. Luoghi senza varchi, colmi soltanto di uno spazio dilatato e immobile. Vuoti gli interni scavati nel sottosuolo, inaccessibili i muri di cinta, sospesi nell’aria le colonne e i soffitti che reggono gli involucri possenti di costruzioni di pietra e metallo. Sono le linee di confine, i margini solidi dell’indefinito , le atmosfere post industriali ,a materializzarsi sui dipinti recenti di Alessandro Biggio. Arcate aperte sul nulla, scale che non hanno sbocco e improvvisamente si arrestano, finestre sbarrate che colano rigagnoli di tinta. Capannoni e viadotti, intonaci e travi, androni, capriate, impalcature. Hangar e cantieri dismessi, impianti meccanici che conservano un rapporto con l’uomo – e il lavoro e la fatica – anche se non si vede sui quadri nessuna figura. E’ la memoria tenace delle cose a vivere ancora nel TERRAIN VAGUE, il territorio abbandonato. Nelle porte chiuse, nelle concave schiene dei serbatoi, nei bidoni grandi come monumenti, nelle bocche di lupo di un carcere, nei ferri di sostegno, nelle traversine di legno, nel metallo ossidato. Edifici e macchinari in disuso, riportati sulle tele con caparbia precisione prospettica e poi corrosi e macerati dai pennelli, come scuriti dalla fuliggine e masticati dal tempo. Per evocare i passaggi e i mutamenti di stato della waste land della sua visione poetica, Alessandro Biggio ricorre al carbone, alla cenere, alla polvere di caffè e sperimenta la loro resa cromatica amando senz’altro l’origine domestica e quotidiana dei minuscoli granelli volatili e impalpabili. Con i colori ad acqua, variamente diluiti, ottiene effetti stratificati e rugosi privi del supporto di sabbie e stucchi, in stesure lisce al tatto e scabre alla vista. Il bianco si sgretola sul rosa, il giallo insidia l’antracite e graffia le patine indurite da un grigio cementizio. Toni pastello e neri affondi di miniera, in una miscela che nel suo dosato equilibrio costituisce una costante nell’opera tutta di un artista abituato a tirar fuori dalle faticate tele un passato, recente o remoto, che avverte come misterioso e assieme decifrabile. Colti nel loro declino, e nella loro negazione, i fantasmi inabitati di TERRAIN VAGUE assumono una straniante, e struggente, dimensione spirituale.

Alessandra Menesini

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